Nato nel giugno 1799 a Mosca, fin da bambino Aleksandr Sergeevič Puškin mostrò uno spiccato talento per la poesia. Il governo russo, sempre pronto a riconoscere un talento, lo assegnò nel 1818 al ministero degli esteri. Puškin cominciò a passare le giornate fra le scartoffie, ma di notte scriveva poesie, così belle che dopo la sua morte fu riconosciuto poeta laureato di Russia.
Ma i suoi argomenti andavano oltre l'amore non corrisposto e la tragedia romantica; molte delle sue opere (in particolare "La libertà" e "Nöel") promuovevano ideali liberali, libertà politica e altri concetti scottanti. Di conseguenza la sua carriera di funzionario ebbe fine e Puškin fu relegato nel 1820 nelle terre sperdute del Caucaso e di Crimea. Da lì si spostò ancora in Ucraina e poi in Moldavia. La sua vacanza forzata gli diede la possibilità di realizzare i suoi capolavori, Boris Godunov per il teatro e il romanzo in versi Evgenij Onegin. Nel 1823 Puškin arrivò a Odessa, dove riuscì ancora una volta a far infuriare il governo locale, che lo mandò in esilio nella tenuta di sua madre, in campagna. Nonostante la sua reputazione di sobillatore, i suoi amici a corte riuscirono a combinargli un'udienza con lo Zar Nicola I affinché potesse essere sollevato dall'esilio e tornare a Mosca.
Ma la libertà non durò a lungo. Benché Puškin non avesse nulla a che fare con l'insurrezione decabrista di San Pietroburgo del 1825, quando questa terminò le autorità trovarono alcune delle sue poesie nelle carte dei ribelli. Puškin, di nuovo sotto la lente dei censori del governo, non poté più viaggiare o pubblicare nulla. Tuttavia continuò a scrivere, terminando due romanzi e cominciandone un terzo. Ma nel 1837 il poeta, profondamente indebitato, sentì dire che la sua giovane moglie aveva una relazione. Puškin sfidò a duello l'ipotetico amante: una pessima idea, perché la pistola è certamente più forte della penna. Colpito all'addome, morì due giorni dopo.